Verità e realtà

Si parla di verità in relazione al tentativo finito, individuale di conoscere tutta la realtà, data per esistente ed esterna alla mente, cioè diversa dalla mente. Il senso comune dà per scontato che detta realtà esista e pensa di sapere in che cosa consista. Com’è risaputo, i filosofi hanno messo in discussione l’esistenza di questa realtà esterna, a cui dovrebbero derivare i dati più evidenti della coscienza soggettiva, quelli legati alle sensazioni e all’esperienza. Al senso comune, ma anche a gran parte della speculazione filosofica, che da quello deriva, ripugna ipotizzare che gli oggetti esterni, che percepiamo come impenetrabili, non abbiano una loro consistenza oggettiva. Ma su questa consistenza oggettiva non si può affermare nulla e anche definirla come condizione del fenomeno è solo formulare un’ipotesi. Che cosa, se non un inveterato pregiudizio, obbliga a credere che il fenomeno, per prodursi, abbia bisogno di una condizione a monte? Ma ancora meno soddisfa considerare prodotto dello spirito qualcosa che allo spirito, a differenza di tutti gli altri prodotti, sembra opporsi in forma di ostacolo. Lo spirito, così come appare al senso comune, produce decisioni e tutt’al più è in grado di manipolare oggetti; ebbene, la capacità di distinguere tra prodotti spirituali e materia prima non spirituale è talmente connaturato al senso comune che il suo toglimento sembra estinguere qualunque possibilità di ragionare. Se accettiamo dunque che corpo e mente sono la stessa cosa (Spinoza), dobbiamo prendere atto che ogni possibilità della ragione richiede questa distinzione. Dunque la ricerca della verità presenta un primo elemento di contraddizione: consapevolezza sapere che la mente non è distinguibile dal corpo e obbligo di considerare l’uno e l’altra come diversi e distinti allo scopo di produrre incrementi di conoscenza validi, cioè supposti nella giusta direzione.