2)Teoria dei caratteri dominanti.
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A quel punto dell’analisi la decisione di cambiare lavoro non mi appariva più poco seria, ma vi si opponevano gli impegni contratti con la clientela, che dovevano essere sciolti progressivamente, non tanto obbedendo al richiamo di un indeterminato senso del dovere, quanto al timore del biasimo, che giudicavo intollerabile. Avevo dunque tempo e materiale per perfezionare, grazie ad esempi tratti dalla pratica professionale, la mia teoria psicologica, che definii dei caratteri dominanti. Il metodo da me seguito era di classificare i soggetti in base alla loro personalità e principalmente a un tratto essenziale di essa, che riguardava le modalità di raggiungimento della felicità. Annotavo le classi man mano che si imponevano all’evidenza e successivamente in base ai comportamenti dei soggetti (di estrazione il più possibile varia e composita) ne verificavo il carattere autonomo o secondario rispetto a tutte le altre classi concorrenti. Ad esempio la categoria dei furbi si rivelava autonoma rispetto alla categoria dei creativi e antagonista rispetto alla categoria degli ipercritici, i quali, pur dotati del medesimo acuto spirito di osservazione, lo usavano non per trarne profitto, ma per censurare ed eliminare i difetti del prossimo. Dalla scelta così effettuata emersero otto categorie: un elenco che consideravo aperto, ma che non si è arricchito, né impoverito nel corso degli anni successivi. Pian piano arrivai a definire con un livello di chiarezza accettabile le caratteristiche proprie del carattere dominante all’interno di ciascuna personalità individuale. La mia teoria si avvaleva di osservazioni e dati quantitativi, raccolti al fine di precisare e confermare gli aspetti qualitativi. Sintetizzandola, anche in base alle mie convinzioni attuali:

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