Aderendo
all’ipotesi panteista e determinista reperisco strumenti utili per sviluppare
la mia teoria delle vocazioni e per comprendere meglio il ruolo della mia vocazione
filosofica. Ma per comprendere (o stabilire?) quest’ultimo, non posso eludere
il discorso sul valore della filosofia in generale e lo faccio, come al solito,
partendo dall’opinione che ne ha il senso comune.
Dai
colloqui conviviali con specialisti di varie discipline, emergono due tendenze
piuttosto nette: vivo interesse oppure pregiudiziale disprezzo. Gli interessati,
avvertendo i pericoli e i disagi dello sviluppo indiscriminato della tecnica,
esprimono l’esigenza di ricollocare la scienza nell’alveo filosofico da cui
proviene e a cui è debitrice. I secondi, piuttosto superficialmente,
adducono l’argomento dei ripensamenti e degli errori dei filosofi, da cui arguiscono
la inefficacia della filosofia sulla prassi. Se l’interesse per la filosofia
viene giustificato e argomentato razionalmente, il rifiuto avviene in forma
perentoria sulla base di un’ostitlità preconcetta. I nemici della filosofia
in genere non si rendono conto che parlandone si ritrovano a braccetto con essa,
dato che il discorso sulla sua importanza è pienamente filosofico, comunque
lasciano capire che la loro avversione proviene dalla difficoltà di reperire
un ruolo della filosofia all’interno del sistema. L’atteggiamento ostile su
questo tema è veramente singolare: pur ignorando a cosa tenda l’attività
del mondo, pur rifiutando di porsi il problema del significato e talvolta anche
della direzione futura della loro stessa professione, i refrattari alla filosofia
non esitano a liquidarla, come inconcludente e deplorevole, alla stregua di
ogni altro fattore, che non riveli immediatamente la sua utilità all’apparato.
Secondo
i principi del mio sistema, la filosofia si presenta invece attualmente non
sono come utile, ma come indispensabile all’apparato. Cercherò di dimostrare
questo assunto esponendo i seguenti argomenti:
- Spiegazione
interna al mio sistema. Se l’apparato ha come finalità l’evoluzione
così come io la intendo, lo spirito si rivela a se stesso come Dio
passando attraverso l’evoluzione stessa; se tale rivelazione deve passare
attraverso l’imperfezione per necessità, non è possibile che
esista qualcosa di non necessario. Siccome il richiamo dell’uomo alla speculazione
filosofica è innegabile come fenomeno, non si può negare la
sua manifestazione, che è indice di esistenza; si può però
sostenere che si tratti di una falsa vocazione. All’interno del mio sistema,
infatti, ho tenuto per certo che le false vocazioni non esistono, perché
tutte le attività irrilevanti, illegali o antisociali denotano non
un’attitudine specifica, ma il mancato riconoscimento della vocazione; in
ogni caso ogni vocazione apparente scompare (diventa non essere) all’apparire
della vocazione autentica. Il richiamo filosofico che non sparisce davanti
a nessun altro impulso, e si impone invece su di esso, è una vera vocazione.
Se esiste come vera vocazione è, per quanto detto prima, necessario
all’evoluzione. Essendo l’apparato (come io lo intendo) nient’altro che insieme
di cose e attività poste a favore dell’evoluzione, la filosofia non
può, come le altre vocazioni, non far parte di esso .
- Utilità
nell’ipotesi di un apparato senza scopo. Se l’apparato, al contrario di
quanto sostengo, non perseguisse nessuno scopo comune, potrebbe essere consapevole
o inconsapevole di tale mancanza di scopo. Se fosse inconsapevole, non potrebbe
stabilire nessuna utilità o inutilità; se fosse consapevole,
potrebbe avere interesse a darsi uno scopo, oppure a continuare a produrre
senza scopo. Nel primo caso, l’apparato non potrebbe che rivolgersi alla filosofia,
nel secondo caso saprebbe bene che non la filosofia è inutile, ma lui
stesso. Dunque avrebbe interesse, affermando il falso, a denigrare la filosofia
in quanto essa per definizione ricerca gli scopi.
- Spiegazione
nell’ipotesi di un apparato misterioso. Se l’apparato persegue uno scopo
diverso da quello che io gli attribuisco, tale scopo può essere favorevole
o contrario al percorso dell’evoluzione. Se il diverso misterioso scopo è
compatibile con la nozione classica, gli è utile qualuque filosofia
includa il progresso nelle sue spiegazioni. Se il diverso scopo è contrario
al progresso, non gli è utile in ultima analisi nemmeno la scienza,
dunque l’accusa di inutilità alla filosofia non può provenire
dalla scienza.
- Argomento
d’attualità. Tenendo presente che la filosofia non studia l’oggetto
in quanto determinazione, ma l’oggetto in quanto essente, essa può
come risultato del suo studio fornire risposte incontrovertibili o risposte
controverse. Se essa fornisce risposte incontrovertibili, la sua utilità
è fuori discussione, dato che soddisfa a un bisogno primario. Se, come
sostengono le voci più autorevoli della filosofia contemporanea e come
accennavo in precedenza, essa non è più in grado di fornire
spiegazioni epistemiche, ciò non significa la sua inutilità
in generale, ma solo la sua inefficacia come rimedio all’angoscia, la quale
viene guarita solo da certezze assolute. Se la filosofia non trova spiegazioni
universali a domande universali, si deve porre il problema di tale limitazione,
vale a dire deve studiare il perché e il come dei suoi limiti; ma tale
operazione la renderebbe simile alle altre scienze, dato che ammetterebbe
il suo campo di studio come circoscritto e cercherebbe di circoscriverlo.
Al pari di altre scienze, tenderebbe a fronteggiare un bisogno, la cui natura
non si può definire e che forse non si può soddisfare. Ammetterei
allora la sua inutilità nel caso che venisse dimostrata l’impossibilità
di rimuovere gli ostacoli alla conoscenza, ma il progresso sembra mostrare
tutti indizi in senso contrario: in aumento costante risultano la vita media
individaule, il numero di cognizioni tecnologiche disponibili, il livello
organizzativo, il tempo libero a disposizione. Non potendo dimostrare in nessun
modo la sua inutilità e rilevando dalla prassi tendenze contrarie,
devo presumerla utile.
- Spiegazione
eudemonista. Considerata da sempre come ricerca di significato, la filosofia
non riesce a spiegare quest’ultimo se non come rimozione di una inquietudine.
La felicità, che è assenza di inquietudine, non attribuisce
significati, ma elimina lo stesso inconveniente che si ha la pretesa di risolvere
con il reperimento di significato. Dunque conoscenza filosofica e felicità
o coincidono, o, essendo diversi, sono utili allo stesso scopo. Se felicità
e conoscenza filosofica coincidessero, la f. diventerebbe automaticamente
scienza di produzione (e mantenimento) della felicità, quindi ogni
discussione sulla sua utilità diventerebbe superflua. Se invece fossero
incompatibili e alternativi, se ne dovrebbe arguire che laddove c’è
chiarezza e consapevolezza non esiste felicità, mentre risulta evidente
il contrario, dato che l’infelicità è data il più delle
volte dalla ignoranza e dalla confusione. Se è vero che ogni tipo di
conoscenza genera felicità, a maggior ragione davrebbe procurarne quella
filosofica, che è chiamata a rimuovere le angosce maggiori; ma dato
che è impotente da sola a rimuoverle, mentre la felicità lo
è, si può ricavarne quanto segue:
- I due concetti
non coincidono, ma sono complementari sul piano pratico.
- La filosofia
può servirsi della felicità, comunque acquisita, nella ricerca
di senso.
- La scienza che
ricerca la felicità può servirsi a sua volta della filosofia.
- Argomento
dialettico. I detrattori della filosofia, che rinunciano in base a un
pregiudizio a conoscere l’essere, non sono disposti a trascurare la definizione
del buono e del bello, ritenendo che per definirli sia sufficiente il senso
comune. Il richiamo alla filosofia da parte di tutti diventa però inevitabile,
quando si presentano problemi imprevisti di alto contenuto emotivo, sui quali
il senso comune non può indicare soluzioni adeguate. Un esempio notevole
è costituito dalle novità della biotecnologia, come la clonazione,
a cui si possono contrapporre soltanto argomenti filosofici. Infatti una bioetica
non filosofica potrebbe soltanto portare l’argomento della ripugnanza alla
sensibilità e per dare ulteriori spiegazioni dovrebbe per forza richiamarsi
alla filosofia.
- Argomento
sociologico. Dato che le scienze si occupano di settori sempre più
complessi e in modo sempre più specialistico e dato che i rapporti
tra i settori sono resi difficili da vari problemi, tra i quali la diversità
di linguaggio, è inevitabile che nascano specialisti in un campo specifico
che miri a confrontare i procedimenti e i risultati delle varie discipline.
Tale confronto avrebbe l’utilità di informare ogni scienza dei risultati
delle altre, il tutto al fine di produrre sempre maggiori conoscenze. Ma tali
conoscenze altro scopo non sembrano avere se non di produrre altri risultati;
e i nuovi risultati nuove ulteriori conoscenze. Non scartando l’ipotesi che
tale circolo sia per natura inarrestabile, devo però prendere atto
che esso si interromperebbe sicuramente allorchè si individuasse un
interesse specifico a ottimizzare la produzione dell’apparato in vista di
uno scopo. Se tale interesse si riuscisse a individuare, non si dovrebbe parlare
soltanto di confronto di risultati, ma di coordinamento di tutte le attività
umane. Un obiettivo da realizzare mediante il coordinamento potrebbe essere
posto nella natura umana o al di fuori di essa. Interessante mi sembra su
questa seconda ipotesi il pensiero di Arnold Gehlen (L’uomo) che si
rifà a Nietzsche:… Se si ammette l’incommensurabilità dell’attuarsi
dell’esistenza per la conoscenza empirica, - giacchè noi possiamo indicare
solo le condizioni alle quali l’uomo esiste, e i mezzi acquisibili dentro
e fuori di lui per padroneggiare queste condizioni, non però il come
dell’esistere e del padroneggiare che, appunto, noi siamo e attuiamo
- non è pertanto possibile asserire né che la vita è
priva di senso, né che per acquisirne uno ha da realizzare
qualcosa di dato nella coscienza esperiente e pensante. Ma potrebbe essere
benissimo che nella soluzione del compito, di fronte al quale l’uomo è
posto con il suo mero esistere, si attuasse contemporaneamente
qualcosa di decisivo. Così Nietzsche dice a un certo punto: "V’è
da domandarsi se tutto il volere cosciente, tutti i fini coscienti, tutti
i giudizi di valore non siano forse dei mezzi, con i quali debba essere raggiunto
alcunché di sostanzialmente diverso da quanto appare all’interno
della coscienza," e tutti questi"potrebbero essere mezzi in virtù
dei quali noi dovremmo operare qualcosa che si trova fuori dalla nostra coscienza"
(Wille zur Macht, aforisma 676). Questo orizzonte dell’operare che travalica
la coscienza, o destinato a restarne al di fuori o può essere riportato
al suo interno. Nel primo caso, se la specie umana è destinata a restare
totalmente inconsapevole sul significato della sua attività, non si
può dire nemmeno che miri semplicemente alla sopravvivenza, perché
la consapevolezza di dover sopravvivere rientrerebbe comunque nella coscienza.
Ogni forma dell’agire risulterebbe in tal caso inutile alla stessa specie
che lo produce, ma tale non sarebbe il ragionamento filosofico, il quale solo
risulterebbe utile a se stesso, pronunciandosi sull’inutilità generale
dell’agire. Anche nel secondo caso, quello di un obiettivo posto al di fuori
della coscienza, la parola sulla possibilità di riportarlo nell’ambito
di essa spetterebbe alla filosofia, che, come sappiamo, si deve occupare anche
dello studio dei propri limiti conoscitivi allo scopo di superarli; se le
riuscisse di riportare il fine dell’apparato nell’ambito della psiche, ciò
vorrebbe dire che è riuscita prima a identificarlo e con tale identificazione
il caso diventerebbe analogo a quella dell’obiettivo posto già dall’inizio
all’interno della coscienza. Dunque sia che fine dell’apparato si trovi all’interno
della coscienza, sia che vi ritorni, l’unica disciplina in grado di occuparsene
è quella che indaga non su un settore dell’apparato, ma sull’intera
realtà che lo comprende, vale a dire la speculazione filosofica, la
cui utilità appare ancora una volta evidente.
- Argomento
economico. La filosofia si colloca attualmente ai margini del processo
produttivo in senso finanziario, non economico. Se infatti non sempre lascia
intuire un nesso immediato con i risultati della produzione, alla sua fonte
attingono una quantità di scienze, di tecniche, di commerci e di attività
benefiche e sociali. Si pensi alla politica, al volontariato, alla religione,
al mercato dell’arte, alla psicologia, alla matematica, alla storia, attività
tutte inconcepibili senza il richiamo alle fondamenta filosofiche. Forse l’emarginazione
finanziaria della filosofia è causa, anziché effetto, del pregiudizio
di inconcludenza, che verrebbe senz’altro superato se alla filosofia si accompagnasse
la ricchezza.
- Argomento
per assurdo. Se anche venisse inconfutabilmente dimostrato che la realtà
è inconoscibile, la filosofia non perderebbe la sua utilità,
mutando invece la propria natura. Se la realtà fosse per natura inconoscibile,
potrei considerare la filosofia alla pari delle altre scienze, ponendo al
posto della realtà inconoscibile un oggetto di studio determinato e
convenzionale. Ad esempio potrei studiare ciò che è considerato
realtà dal senso comune. Se scegliesse, putacaso, il mercato, la filosofia
non perderebbe la sua utilità, perchè tenderebbe a coincidere
con l’economia, la disciplina utile per eccellenza. Lo stesso ragionamento
vale con qualunque altro esempio si tenti di escogitare.