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Dopo aver speso quarant'anni a cercare di capire i suoi simili, Sangiacomo si rammarica ora di esservi in qualche modo riuscito e non perde occasione, quando le incombenze strettamente professionali glielo consentono, di rifugiarsi nel clima sereno della propria famiglia, come in una sorta di Olimpo privato che, tra l'altro, stimola la sua propensione a scrivere. Divertito dalle dilaganti manie di protagonismo, alle quali si sente del tutto estraneo, considera la realtà circostante una brutta copia del proprio mondo fantastico, fatto di calcolate abitudini, di buone (e talora cattive) letture, di fantasmi, di riflessioni e immagini che affiorano dalla memoria come relitti dalle onde.

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