La casa dei gatti

La casa dei gatti

 
Incedono monotone e regolari
le case, come file di alveari.
Cento mandorli in fiore,
a intermittenza piantati
dalla mano invisibile
di un esteta assessore,
rendono meno arcigne
e meno ostili le ghigne
dei palazzoni arroganti.
Fra tanti intonachi, incongrui
come ciprie e belletti
su volti anonimi e sciatti,
delle dimore la più graziosa
senza dubbio sei tu, casa dei gatti.
Nido di gente modesta
o antica segheria senza storia
lasci fare paziente, che ti vesta
la fuliggine della memoria
nera, dolce e funesta.
Le vetrate in frantumi
come pupille cispose
s’intravvedono appena
tra inferriate severe,
che la ruggine ha corrose.
Ma una piccola aiuola
vi resiste di rose,
che nessuno si degna di strappare
e chissà chi si prende
la briga di innaffiare.
Su in alto un’insegna
al neon illeggibile e sdentata
da lustri non risplende
sulla incombente facciata
della catapecchia
pensosa, come una madre malata.
Ma dietro i muri dell’edificio,
a cui regala l’abbandono
un mai posseduto decoro,
c’è un fazzoletto di prato
verde ramarro, una sfida,
che sopravvive impudentemente dentro
i borborigmi ed il viavai del centro,
che sussurra e che grida.
Così dagli spalti dove alligna
l’odio motorizzato della città maligna
scorgi un filare di gelsi, un fossato,
zolle di fango arato,
promessa velleitaria
di campagne felici, luce ed aria.