Vendette sicule
Uomini secchi dai berretti neri,
statue di legno nel vuoto assolato
della piazzetta sola in quel d’agosto,
senza scomporsi cercano riparo
ombra e delizia sotto gli aranceti.
Afrore di vendemmia dalle cantine
e folate improvvise di scirocco
a tradimento strozzano il respiro,
donandoci il presagio non infausto
e l’anteprima di una morte dolce.
Il tempo, divoratore di ruderi,
sembra immobile e prova a digerirli,
sazio, avvolgente, con la barba antica,
anfiteatro dalle larghe braccia
Va in scena la commedia, oggi?
No, la tragedia. L’alito di drago
di un dio locale, barbaro e crudele,
trasforma antichi rancori
in barili di odio condensato,
come mosto in vino, anzi, in veleno.
Sul ciglio della strada polverosa,
con gli stivali immersi nel fossato
ben nascosto, acquattato in pieno giorno,
qualcuno attende e impugna una doppietta
con le stesse spietate mani adunche
di quel dio con le squame senza nome.
In pieno giorno il prezzo di una vita
sarà pagato senza dilazioni
per salvare un onore o un interesse.
Cieche le case bianche arroventate:
le finestre son occhi che non vedono.
Dopo il rito, coscienze arroccate
dietro muri spiragli e feritoie,
dove le erinni non penetrano,
compiaciute diranno: fu giustizia.
Ma è già domani: agnello fatto arrosto,
scarnificato e il vitello d’oro
in processione con le autorità.
Rintocchi di campane, funerali.