Old England

Old England

 
Sulle pagine ruvide
di Kipling e Salgari
un bimbo corrucciato
e spaventato: io.
Amavo ed ammiravo i personaggi
impavidi, impassibili e saggi
del grande odiato popolo
signore dei mari
che alle cinque in punto,
cascasse il mondo,
fermava il tempo
davanti a un vassoio rotondo,
assorto come in preghiera
in compagnia del bricco
e della teiera.
Sanguinario e ricco
l’inglese. Le sue favole
con lo stregatto
e il cappellaio matto:
vacci piano, Pickquick,
troppo gin in quel tè.
L’inglese freddo e razionale
nemico ideale
di tutti gli oppressi,
bersaglio in bombetta
di ogni freccia, pugnale, baionetta.
Poi cambiarono i giorni
ed i protagonisti,
con la chitarra arrivarono
paggetti teppisti:
musica troppo dolce, troppi capelli.
Così i proletari di Liverpool
si presero ogni rivalsa
sui signori di ieri,
sui proprietari terrieri
dal fare distinto,
sui nomi altisonanti
dei nobili tracotanti,
sui maggiordomi compiti
dai lunghi favoriti.
E crebbero le erbacce
nei verdi prati inglesi,
divennero più liberi,
troppo uguali i paesi.
Senza onore cedettero le armi
i vecchi colonnelli
ai  trasandati giovani tenenti.
La Compagnia delle Indie
chiuse i battenti.
Addio Calcutta, Nuova Dehli, Lahore.
Vecchia Inghilterra addio, senza rancore.